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20121011-gravidanzada www.avvenire.it  del  11 ottobre 2012

 LA RELAZIONE AL PARLAMENTO

Quasi 110 mila aborti in un anno. Oltre un terzo solo tra le immigrate. Un rapporto di abortività pari a 202 interruzioni ogni 1.000 nati vivi. Medici obiettori in lieve calo. E nessun boom dell’aborto chimico: dopo un anno e mezzo dalla sua introduzione in Italia (aprile 2010) la Ru486 è stata usata solo nel 6% degli interventi. Sono i dati più importanti della relazione annuale al Parlamento sull’applicazione della legge 194, preparata dal ministero della Salute. In cui si segnala una lieve flessione, il 5,6% in meno, rispetto all’anno precedente. Difficile comunque riuscire a trovare spunti positivi quando il numero complessivo di aborti, pari a oltre 9 mila al mese, è paragonabile alla popolazione di città come Lecce, Arezzo o Bolzano. La relazione - disponibile integralmente sul sito del ministero della Salute www.salute.gov.it - è realizzata sui dati preliminari del 2011 e i dati definitivi relativi al 2010.

I numeri del dramma I dati raccontano dunque che nel 2011 gli aborti sono stati 109.538, meno 5,6% rispetto al 2010 (115.981 casi) e un decremento del 53,3% rispetto al 1982, anno in cui si è registrato il più alto ricorso alla cosiddetta interruzione volontaria di gravidanza (234.801 casi). Il «tasso di abortività» (numero di aborti per 1.000 donne in età feconda tra 15-49 anni), definito come «l’indicatore più accurato per una corretta valutazione della tendenza al ricorso all’Ivg», nel 2011 è risultato pari a 7,8 per 1.000, con un decremento del 5,3% rispetto al 2010 (era 8,3 per 1.000). Il dossier afferma che il valore italiano «è tra i più bassi di quelli osservati nei Paesi industrializzati». Assai più inquietante il «rapporto di abortività», 202,5 aborti ogni 1.000 nati vivi, con un decremento del 2,8% rispetto al 2010.

Uno su tre è di una straniera Continua a crescere la quota di aborti di non italiane, che raggiunge nel 2010 il 34,2% del totale, ovvero 38.331 aborti. Nel 1998 la percentuale era del 10,1%. Un aumento legato ovviamente alla crescita della popolazione immigrata nel Paese. Significativo il confronto sul tasso di abortività: per le italiane nel 2009 era pari al 6,9 per 1.000 donne in età feconda, tra le donne provenienti dai Pfpm (Paesi a forte pressione migratoria) è quasi il quadruplo, 26,4 per 1.000. Sulla decisione delle straniere potrebbero pesare diversi elementi: la condizione economica più svantaggiata, la mancanza di una rete familiare di sostegno, la cultura del Paese di origine: la metà degli aborti delle immigrate è di cittadine dei Paesi dell’Est europeo, pari a 19.562. Tra le africane sono stati 6.949, tra le latino-americane 5.551, tra le asiatiche 5.961. Stabile nel tempo il dato sul secondo aborto: 27,2%, lo stesso dal 2006. Anche qui è più basso (21,6) tra le italiane che tra le straniere (38%).

Ru486, boom fasullo La relazione per la prima volta riporta i dati sull’aborto chimico, “bandiera” di una battaglia

ideologica. L’aborto chimico, solitamente praticato senza ricovero, nel 2010 è stato introdotto dal mese di aprile. In nove mesi ne sono stati praticati 3.836 casi, 426 al mese, pari al 3,3% del totale delle interruzioni di gravidanza dell’anno. Cresce nel 2011, anche se i dati sono solo sui primi sei mesi: 3.404, cioè 567 al mese. Ipotizzabile quindi che a fine anno saranno stati meno di 7 mila, circa il 6% del totale. Indicativo il dato regionale: il ricorso all’aborto chimico, solitamente con dimissioni volontarie in giornata, è appannaggio soprattutto di alcune regioni come Piemonte (1.356 casi), Emilia Romagna (2.271), Toscana (760). Cioè quelle che avevano spinto per la Ru486, importandola quando non era ancora stata autorizzata. In Lombardia, una delle regioni più popolose, sono stati “solo” 444.

Cala l’obiezione di coscienza dei medici Da registrare dal 2010 una leggera flessione dell’obiezione tra ginecologi e anestesisti, dopo l’aumento degli ultimi anni. I ginecologi sono passati dal 58,7% del 2005, al 71,5% del 2008, al 69,3% nel 2010. Analoga contrazione tra gli anestesisti, negli stessi anni: dal 45,7% al 50,8%. Cresce invece tra il personale non medico: dal 38,6% nel 2005 al 44,7% nel 2010. Percentuali superiori all’80% tra i ginecologi principalmente al sud: 85,2% in Basilicata, 83,9% in Campania, 85,7% in Molise, 80,6% in Sicilia, come pure a Bolzano con l’81%.

Consultori da potenziare La relazione introduttiva, firmata dal ministro della Salute Renato Balduzzi, afferma che «nel tempo i consultori non sono stati, nella maggior parte dei casi, potenziati, né adeguatamente valorizzati». Si conferma quindi «la necessità di una maggiore valorizzazione dei consultori familiari quali centri primari di prevenzione» dell’aborto, «in collaborazione con servizi sociali dei comuni e con il privato sociale», con una «specifica attenzione verso i gruppi di donne straniere».

 Luca Liverani  

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